


Solo le case silenziose e addormentate nei boschi potrebbero rivelare i segreti di ciò che è nascosto da secoli… A volte vien fatto di pensare che sarebbe un atto di pietà abbatterle, perché devono fare sogni spaventosi.
H.P. Lovecraft
Quattro popolari scrittori di best seller dell’Orrore vengono invitati a rilasciare un’intervista per un popolare sito internet la notte di Halloween in una delle più famose e famigerate case infestate d’America… non andrà a finire bene.
Non si salvarono. Il corpo dell’amata fu allontanato dal suo e impiccato all’unico albero del giardino, un faggio dal tronco nodoso. La donna era già morta, eppure l’appesero a un ramo come ultimo insulto. I corpi si raffreddarono quanto permetteva l’umida notte d’agosto, e il silenzio della casa e del terreno si allungò sopra di loro come un sudario.
Un gran bel debutto questo primo libro di Scott Thomas, un racconto che attinge a piene mani da storie classiche e moderne di case infestate, orrore gotico, e tanto Shining,
con quattro protagonisti ispirati a scrittori realmente esistiti o esistenti che ho riconosciuto quasi tutti subito, ed una intervista rilasciata dall’autore qui ha fugato ogni mio possibile dubbio al riguardo:
Sebastian Cole – Ray Bradbury, Robert Bloch, Shirley Jackson, H.P. Lovecraft, Edgar Allan Poe.
Sam McGarver – Stephen King, Peter Straub (con un pizzico del John McClane di Die Hard quando cerca di salvare il suo matrimonio…).
T. C. Moore – versione al femminile di Clive Barker e James Ellroy.
Daniel Slaughter – R. L. Stine, Christopher Pike.
Moore si passò la lingua sul fondo dei denti davanti, fermandosi al minimo accenno di una scheggiatura. «Basta con le stronzate. Che stiamo facendo davvero qui?»
Wainwright sorrise. Si era aspettato che qualcuno facesse proprio quella domanda.
«Chi vuole passare la notte in una casa infestata?»
La storia può non essere originale, ma resta comunque uno splendido omaggio a letteratura e cinema horror, che regala più di qualche brivido, e che tiene incollati a leggere a partire dal classico incipit stile L’Incubo di Hill House di Shirley Jackson fino alla fine in un crescendo di paura, tensione e violenza, spezzato da una originale ed inattesa parte centrale dove il ritmo rallenta considerevolmente, per poi premere nuovamente sull’acceleratore senza più fermarsi, mescolando l’orrore de La Casa d’Inferno di Richard Matheson con quello fracassone e truculento di vecchi e nuovi film horror pieni di sangue e jump scares, il tutto condito da un interessante messaggio di fondo che fa da corollario a quello lovecraftiano sulla paura dell’ignoto: le più grandi paure sono quelle create da noi.
Il suono della sua voce si insinuò nell’alcova, oltre la finestra con i vetri colorati adesso oscurata dalla notte, e su per la stretta e ripida scalinata fino al muro di mattoni. Perfino li, le parole scivolarono attraverso invisibili crepe.
«È questa la chiave del vero orrore» disse Sebastian con una fiducia che nessuno di loro poteva mettere in dubbio. «Se credete che sia vero, allora è vero.»”
Purtroppo, quando stavo quasi per mettere cinque stelle, la mia lettura è stata rovinata da un finale fin troppo debole e prevedibile che avevo visto arrivare con quaranta pagine di anticipo, una delusione che non provavo dalla visione dell’IT televisivo del 1990, quando alla fine tutte le inquietudini causate dal Pennywise magistralmente interpretato da Tim Curry lasciarono il passo al ragnone meccanico ricoperto di cartapesta malamente animato in slow motion…
Ovviamente non era del tutto vero. La casa sonnecchiava, ma non aveva completamente dimenticato quella volgare accozzaglia di intrusi. Cosi, quando le lancette segnarono otto minuti dopo l’una, la casa si svegliò, con l’improvvisa e netta consapevolezza che fosse arrivato il momento.
Aveva aspettato a sufficienza.
Era tempo di giocare.
A parte questo, Kill Creeknon sarà magari la storia di fantasmi definitiva, ma si legge che è un piacere e, dopo aver chiuso il libro prima di dormire, la casa delle sorelle Finch è venuta a visitarmi in sogno a tarda notte.
Lo avrebbe saputo abbastanza presto. Nei mesi a venire, infatti, avrebbe capito di essersi sbagliato su due cose.
Quella era davvero una storia di fantasmi. Tutta, fino in fondo.
E avrebbe dovuto fare a pezzi quella troia quando ne aveva avuto l’occasione, un’asse dopo l’altra.
Speriamo che non ritorni.