Later







Mi chiamo Jamie Conklin, e una volta ho disegnato un tacchino per il Giorno del Ringraziamento che pensavo fosse una vera figata. Non molto tempo dopo, ho scoperto che in realtà faceva cagare. A volte la verità è un autentico schifo.
Credo che questa sia una storia dell’orrore. A voi stabilirlo.


A mio parere, Later non è decisamente uno dei migliori racconti del Re.

“«Sì sì sì.» Mi diede un bacio sulla fronte e uscì. Lasciando la porta socchiusa, come faceva sempre.
Non volevo dirle che non era stato il funerale a farmi piangere, e neppure la signora Burkett, perché non aveva niente che mi facesse paura. E lo stesso vale per quasi tutti i morti. Invece l’uomo in bicicletta a Central Park, lui sì che mi aveva terrorizzato. Era spaventoso.


La, storia, a metà tra Il Sesto Senso e Mr. Mercedes, un ibrido crime-thriller con elementi soprannaturali, genere ultimamente molto caro all’autore, che si trascina stancamente fino alla fine senza troppi guizzi o brividi, a parte un paio di riferimenti ad It che hanno riacceso il mio interesse quando iniziavo ad annoiarmi, ma che in fin dei conti mi sono sembrati quasi aggiunti come mero fan service.

Dissi al mio compagno di stanza che andavo al 7-Eleven a comprarmi un pacchetto di sigarette (sì, alla fine avevo preso anch’io quella brutta abitudine), ma fondamentalmente volevo solo allontanarmi il più possibile da quell’odore. Se dovessi scegliere tra vedere i morti (sì, mi succede ancora) e i ricordi risvegliati dall’odore del vino, sceglierei i morti.
Ogni giorno di ogni cazzo di settimana.


Nonostante ciò, Stephen King è un vero Maestro nell’arte di raccontare storie di formazione, fine dell’infanzia, perdita dell’innocenza e raggiungimento della maturità.

«Mi sembrava giusto finire dove ho cominciato», disse, disegnando un circoletto nell’aria con un dito.
«Chiudere il cerchio.»
«No, perché l’hai fatto! Perché hai messo tutte quelle bombe?»
Sorrise, e mi parve quasi che il lato più gonfio della faccia si schiacciasse. Mi sembra ancora adesso di vederlo, e non riuscirò mai a togliermelo da davanti agli occhi.
«Perché…» disse.
«Perché cosa?»
«Perché mi andava.»


Ed anche se il giovane Jamie Conklin non e uno dei suoi personaggi meglio riusciti, complice una storia non proprio originale che sembra puntare più al racconto breve che al romanzo, con un finale decisamente non memorabile, lo scrittore del Maine fa un gran bel lavoro nel raccontarne in prima persona la giovinezza, travagliata dall’assenza di una figura paterna e da un dono che è più una maledizione.

«Perché l’hai detto?»
«Perché ti odio», disse Therriault, e snudò i denti.
«Perché sei ancora qui? Com’è possibile?»
«Non lo so.»
« Vattene.»
Non rispose.
« Vattene via! »
«Non me ne vado. Non me ne andrò mai.»
Quella risposta mi spaventò a morte, e il braccio mi ricadde lungo il fianco come se fosse diventato pesantissimo.
«Ci vediamo, Campione


Tre stelle e mezzo arrotondate a quattro dalla splendida copertina in stile retro-pulp, che mi ha fatto comprare il libro senza pensarci due volte, senza neanche fermarmi a leggerne prima la sinossi o a vedere su internet se le recensioni fossero positive.

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