Resident Evil: Zero Hour






“Che diavolo…?”, cominciò col dire Nyberg, e ancora più acqua batté contro il vetro. Ma quella non era acqua, perché l’acqua non rimaneva incollata formando grosse masse oscure, perché l’acqua non sbavava né si apriva per mostrare dozzine di brillanti denti affilati come aghi. Nyberg sbatté le palpebre senza capire minimamente cosa fosse quello che stava vedendo.



Avevo letto i primi sei volumi del Resident Evil di S. D. Perry, autrice americana specializzata in novelizations di vari franchises basati su popolari serie televisive, cinematografiche e videoludiche, quando vennero pubblicati nelle edicole italiane con cadenza bimestrale dalla Mondatori, come costola di Urania.

Molto presto, Wesker si sarebbe incaricato di organizzare un’escursione di entrambe le squadre alla “deserta” tenuta Spencer. Allora avrebbe cancellato tutte le prove, pronto a iniziare la sua nuova, ricca, vita, mandando all’inferno l’Ufficio Bianco e la sua vita di doppio agente, smettendo di giocare con le esistenze di poveri uomini e donne di cui non gli importava affatto.


Potevo farne tranquillamente a meno vista la qualità dei racconti, a mio parere oscillante tra la mediocrità e la sufficienza, ma i primi due Resident Evil occupano a pari merito il primo posto sul podio dei miei videogiochi preferiti di sempre, un gradino sopra i vari Baldur’s Gate e Dawn of War, avendovi dedicato ore ed ore di gioco fino a poter terminare quasi tranquillamente il secondo titolo dell’infinita saga survival horror della Capcom senza neanche effettuare un salvataggio, e quelle copertine erano, diciamolo pure, semplicemente fantastiche.

Rebecca si rese conto che era stato contagiato dalla stessa epidemia che aveva infettato i passeggeri del treno. Non aveva solo l’aspetto di un cane morto, ma sembrava distrutto, con una patina rosso sangue sugli occhi e il corpo simile a un folle mosaico di pezzi di pelle bagnata e tessuti sanguinolenti.



Quando ho trovato qualche mese fa a metà prezzo in una libreria dell’usato questo Resident Evil: Zero Hour, trasposizione letteraria di Resident Evil Zero prequel della serie videoludica di Resident Evil nonché settimo e conclusivo capitolo della serie di romanzi ad essa ispirati, tradotto e pubblicato da Multiplayer Edizioni nel 2011, e di cui ignoravo l’esistenza, non mi è parso vero poter completare una collezione di libri iniziata venti anni fa e di cui mi ero ormai completamente dimenticato.

Wesker si strinse nelle spalle. Era una mutazione, doveva esserlo.
Inusuale, ma non impossibile.
“Ne dubito. Non preoccuparti, William. Nessuno sa niente del tuo prezioso G-Virus”. Non era proprio vero, ma Wesker non era dell’umore giusto per consolarlo. “In quanto al treno… chissà, forse il T-Virus si sta adattando molto meglio di quanto pensassimo”.




Non certo in cima alla lista dei miei libri da leggere, visti i pochi e non eccelsi ricordi relativi agli altri capitoli della serie letti ormai una ventina di anni fa, ma mancando ormai pochi giorni all’uscita su Netflix della serie animata in CGI Resident Evil: Infinite Darkness, che attendo con curiosità più che trepidazione visti alcuni orrendi adattamenti precedenti da parte della piattaforma di intrattenimento streaming video, mi sono detto: “Va bene, leggiamolo. Farà da antipasto.”

Il metallo si lacerava e le scintille brillavano come se fossero fuochi d’artificio infernali. La parete divenne il pavimento, e Rebecca ci sbatté addosso mentre la pesante motrice si schiantava contro qualcosa di ancora più duro e tutte le luci si spensero.




Diciamo subito che pregi e difetti sono gli stessi dei libri precedenti: non aspettatevi un capolavoro ma semplicemente una piacevole lettura di qualche ora caratterizzata da quell’iconica mistura a base di morti viventi, cospirazioni diaboliche, frammenti di diari rivelatori, serie interminabili di porte dietro le quali si celano orrori indicibili, implacabili ed abominevoli Armi Bio Organiche, e malcapitate coppie di eroi che hanno fatto la fortuna della saga videoludica e di quella, decisamente meno riuscita, cinematografica.

La cosa aveva l’apertura alare di un condor, come minimo. All’ultimo istante l’essere fermò la sua discesa, rialzandosi in volo come impazzito e dirigendosi verso l’oscurità nella parte alta del tetto; si era avvicinato quanto bastava perché un’ondata di respiro putrido li raggiungesse, come se fosse fatto di carne marcia.



Non avendo mai giocato a Resident Evil Zero, è stata poi una piacevole sorpresa per me ritrovare fra queste pagine l’inedito duo di antagonisti Albert Wesker e William Birkin in uno dei migliori super villain team-up di tutti i tempi, essendo i due personaggi da sempre due dei miei preferiti: di Birkin e figlia possiedo anche una splendida action figure, trovata per caso ed acquistata ad una fiera del fumetto tenutasi a Roma una vita fa.

I suoi pensieri si rincorsero per indicare ai superstiti di unirsi al secondo falso uomo mentre l’Eliminator si lanciava contro Billy, cercando di colpirlo con i grossi artigli.
Il primate lottò contro l’assassino, e ambedue caddero al di là della ringhiera, sparendo nelle fogne con un grande spruzzo.




Decisamente migliore rispetto ai libri precedenti, al punto che alla fine volevo quasi dargli tre stelle e mezzo di voto, quattro sarebbero state decisamente troppe.

La creatura che sorse dalle macerie non somigliava a niente che Rebecca avesse mai visto prima. Si mise in piedi sopra la pila di detriti e alzò le braccia come se stesse facendo dello stretching,
il che le permise di contemplarlo per intero. Rebecca aveva la bocca completamente asciutta e le mani ricoperte di sudore.
Aveva una voglia disperata di andare in bagno.




Purtroppo un elevato e fastidiosissimo numero di refusi presenti nell’edizione italiana del racconto, lo hanno relegato alla fine, insieme al resto dei libri componenti la saga letteraria, nel limbo delle letture senza infamia e senza lode.

Gli artigli le passarono talmente vicino da permetterle quasi di captarvi il suo riflesso mentre saltava di lato per schivarli. Si lanciò al suolo e roteò sulla spalla, col fucile stretto contro il petto, ed era già in piedi quando la creatura terminò il suo strano movimento.



Come collezionista e completazionista ossessivo compulsivo quale sono, posso comunque ritenermi più che soddisfatto.

Ricordava il dolore di quando era caduto in ginocchio, stringendosi i fori nel petto e nel ventre, ma ricordava soprattutto di aver visto due volti
familiari, quelli degli uomini che entrarono nella stanza, i suoi brillanti discepoli, i suoi migliori allievi, che lo fissavano mentre esalava il suo ultimo respiro.







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