


“Niente fantasmi, però?”
“Signor Torrance, io qui ci sgobbo da una vita. Ci ho giocato quando ero un moccioso come il suo bambino in quella fotgrafia che tiene nel portafogli. Sa, quella che mi ha fatto vedere. E di fantasmi non ne ho mai visti. Adesso torniamo fuori: voglio mostrarle il capanno degli attrezzi.”
“Benissimo.”
Avevo comprato in edicola questo classico dell’orrore nel lontano 2004, avendolo ritrovato quasi per caso nascosto dietro altre centinaia di volumi letti o in attesa di esserlo, mi ha fatto pensare che forse era finalmente venuto il momento di dargli una ripulita dalla polvere accumulata nel corso degli anni ed iniziarlo a leggere.
“Cosa c’è, dottore?”
Danny esitò, osservando il volto distratto del padre. “Mentre aspettavo che tornassi da quell’albergo, ho fatto un brutto sogno. Ti ricordi? Quando mi sono addormentato?”
“Eh-eh.”
Ma era inutile. La mente di papà era altrove, lontana da lui.
Pensava di nuovo alla Brutta Cosa.
(Ho sognato che mi facevi male, papà)
“Che sogno era, dottore?”
“Niente,” rispose Danny mentre uscivano dal parcheggio.
Shining, come ormai tutti ben sanno o dovrebbero sapere, è la storia della famiglia Torrance: di Jack, aspirante scrittore e professore rimasto disoccupato a causa della sua dipendenza dall’alcol e dei suoi problemi di controllo della rabbia, sua moglie Wendy, e del loro figlio di cinque anni Danny, un bambino benedetto e maledetto allo stesso tempo dal dono dell’Aura, o Luccicanza, che gli consente di avere visioni premonitrici, ma anche di vedere cose che sono accadute in passato, cose a volte molto brutte.
E di vedere i fantasmi di coloro che le hanno causate.
Era il posto che aveva visto nel turbine della bufera, il posto buio e rintronante dove una figura orribilmente familiare gli dava la caccia per lunghi corridoi tappezzati di giungla. II posto contro il quale l’aveva messo in guardia Tony. Eccolo. Eccolo. Checché fosse Redrum, era lì.
Così, quando Jack viene assunto su raccomandazione di un amico come custode invernale del remoto ed isolato Overlook Hotel, in passato teatro di affari illeciti, suicidi ed orrendi massacri,
la famiglia Torrance scoprirà presto a sue spese che alcuni dei vecchi ospiti dell’albergo si aggirano ancora per le sue stanze, e che hanno dei progetti verso di loro…
“Te la sentiresti di fare qualcosa per me, dottore?”
“Che cosa?”
“Tenta di far arrivare Tony. Adesso. Chiedigli se siamo al sicuro all’Overlook.”
“Ho già tentato,” disse lentamente Danny. “Stamattina.”
“Che cos’è successo?” chiese Wendy. “Cos’ha detto?”
“Non è venuto. Tony non è venuto.” E scoppiò in un pianto improvviso.
Come It dopo di lui, Shining é un terrificante romanzo di formazione, ma soprattutto uno straziante racconto sui danni causati da isolamento, alcolismo e dipendenza, portati fino alle estreme conseguenze, in cui l’elemento soprannaturale passa, ma non troppo, quasi in secondo piano.
Passò qualche tempo. Danny cominciava appena a rilassarsi; cominciava appena a rendersi conto che la porta doveva essere
aperta e che lui avrebbe potuto uscire, quando le mani turgide e fradície da anni, maleodoranti di pesce marcio, gli si chiusero mollemente attorno alla gola e lui si vide costretto a girarsi e si trovò a fissare lo sguardo sul volto morto e paonazzo.
Una lettura appassionante ed eccellente, e posso capire benissimo perché questo libro è il romanzo preferito da quasi tutti i lettori di Stephen King, ma avendo visto e rivisto l’omonimo capolavoro cinematografico di Stanley Kubrick ispirato ad esso, ed essendo il suddetto film uno dei miei favoriti di sempre, alla fine le differenze tra la pellicola e la sua controparte cartacea hanno fatto pendere la bilancia del mio apprezzamento più verso la prima, nonostante abbia apprezzato parecchio di più come personaggi Jack e Wendy nella versione originale presente nel romanzo, molto più sfaccettati, stratificati ed approfonditi, in confronto al pazzoide schizzato ed alla donnetta introversa e remissiva interpretati, comunque magistralmente, da Jack Nicholson e Shelley Duvall nel film.
“A quanto pare sono momentaneamente al verde,” disse Jack.
Erano disposti a fargli credito in quel locale?
Lloyd disse che gli avrebbero fatto credito.
“Fantastico. Tu mi piaci, Lloyd. Sei sempre stato il meglio di tutti. Il meglio di tutti i baristi tra Barre e Portland, nel Maine.
E Portland, nell’Oregon, addirittura.”
Lloyd lo ringraziò del complimento.”
Nonostante il libro mi sia comunque piaciuto molto, devo dire che alcune differenze rispetto al film mi sono risultate un pochino indigeste. Sarà dovuto molto probabilmente alla mia adorazione viscerale verso la pellicola di Kubrick, ma le due scene in cui Jack Torrance/Nicholson che attacca la porta del bagno in cui si sono rifugiati moglie e figlio a colpi di ascia, arma usata in precedenza da Delbert Grady, il vecchio custode dell’albergo, per fare a pezzi le figlie, invece della mazza da roque da lui prediletta nel libro, e quella in cui insegue Danny alla fine nel labirinto di siepi innevato di fronte alll’Overlook Hotel, al posto delle più blande, e fortunatamente irrealizzabili in maniera decente con gli effetti speciali dell’epoca, siepi animate a forma di animali, sono a mio parere delle variazioni decisamente migliori rispetto al materiale di ispirazione originale.
“Un tempo non era il custode dell’albergo? Quando ha… quando…” Ma non riuscì a concludere. Non riuscì a dirlo.
“Ma no, signore. Non credo.”
“Ma sua moglie… le sue figlie…”
“Mia moglie dà una mano in cucina, signore. Le bambine dormono, naturalmente. È molto tardi, per loro.”
“Lei era il custode. Lei…” Oh, dillo! “Lei le ha uccise.”
Lo stesso dicasi per il finale che, parecchio diverso rispetto a quello cinematografico, mi é sembrato, non so, quasi tirato per i piedi, nonostante abbia gradito parecchio come Jack Torrance, ormai in preda della follia, cerchi comunque di salvare la sua famiglia in un breve momento di lucidità e redenzione alla fine del libro.
Danny gemette. Wendy lo guardò e si accorse che stava per cedere.
“Su, dottore,” lo incoraggiò, sorpresa dal tono calmo della propria voce. “Non è il tuo papà che parla, ricordalo. È l’albergo.”
“Tornate qui e fatemi uscire immediatamente!” urlò Jack. Si udì un rumore graffiante, lacerante quando aggredì la parete interna della porta con le unghie.
“È l’albergo,” ripeté Danny. “È l’albergo. Me ne ricordo.”
Per concludere, tutto questo parlare delle differenze tra film e libro mi aveva fatto venire voglia di recuperare e vedere la miniserie televisiva in tre parti del 1997, adattamento di Shining a detta di molti molto più fedele di quello cinematografico. Purtroppo, ma diciamo pure fortunatamente, dopo averne visto alcune foto e spezzoni su internet, credo proprio che rimetterò il blu-ray nel lettore e mi rivedrò invece per l’ennesima volta quello classico realizzato da Stanley Kubrick nell’ormai remoto 1980, un vero e proprio capolavoro che tutti gli appassionati di cinema dovrebbero prima o poi vedere almeno una volta in vita loro.
Jack si tirò in piedi a fatica.
“Grady? È lei?”
“In persona. A quanto pare l’hanno messa sotto chiave.”
-“Mi faccia uscire, Grady. Presto.”
“Vedo che non ha avuto modo di occuparsi della faccenda di cui abbiamo discusso, signore. La punizione di sua moglie e di suo figlio.”
Lo stesso dicasi per questo libro, un vero e proprio classico dell’orrore che quasi mi vergogno ad avere letto soltanto adesso, un gran bel romanzo che a cui non posso esimermi dall’assegnare come voto finale quattro, quattro stelle e mezzo, nonostante abbia gradito maggiormente il film.
Quattro stelle e mezzo, ma se avessi letto prima il libro sarebbero state probabilmente cinque.