


VIJ È UNA COLOSSALE CREAZIONE DELL’IMMAGINAZIONE POPOLARE. È CON SIFFATTO NOME CHE I PICCOLORUSSI BATTEZZANO IL CAPO DEGLI GNOMI, CHE LE PALPEBRE HA LUNGHE SINO A TERRA. CODESTA STORIA È TUTTA UNA LEGGENDA POPOLARE.
MUTARLA IN ALCUNCHÉ NON HO VOLUTO E PRESSOCHÉ CON LA STESSA SEMPLICITÀ CON CUI L’HO UDITA, LA RACCONTO.
Nikolaj Vasil’evič Gogol
Vij di Nikolaj Vasil’evič Gogol, apparso per la prima volta nel 1835 all’interno di Mirgorod, raccolta di racconti brevi ispirati al mondo ucraino, narra la storia e le disavventure del giovane studente di filosofia Chomà Brut che, tra vecchie fattucchiere, giovani ed affascinanti defunte sospettate di stregoneria o peggio, notti di veglie, preghiere e terrore, si troverà a precipitare, ed il lettore con lui, in una spirale di tensione ed emozioni, passando più di un brutto quarto d’ora, che potrebbe alla fine costargli molto caro.
Tuttavia, nelle di lei fattezze non v’era alcunché di scialbo, di fosco, di morto. Il viso era vivo, e il filosofo ebbe la sensazione che ella lo guardasse dagli occhi chiusi. Financo gli parve che una lagrima fosse scesa dalle ciglia dell’occhio destro, e allorché si fermò su una guancia, egli senza meno capì che si trattava d’una goccia di sangue.
Avevo già letto e riletto Vij più di una volta in passato, tra antologie varie che lo contenevano ed ebook in lingua inglese trovati in offerta a prezzo stracciato su Amazon, ma questa edizione illustrata ad opera di Abeditore era troppo bella per non entrare a far parte anch’essa della mia sempre crescente collezione libraria ossessivo compulsiva e maniacale.
All’inizio mi sono trovato ad arrancare nella lettura a causa del linguaggio desueto scelto per questo adattamento, anche l’orrendo font utilizzato fa parte di una scelta stilistica ben precisa e si vede, va comunque lodato il lavoro svolto dal Kollektiv Ubyanov, branca dei Wu Ming, per dare a questa edizione un tocco vintage che la distingue dalle precedenti.
Fatica che fortunatamente diminuiva fino a svanire man mano che proseguivo nella mia ennesima rilettura di questo classico: una splendida fiaba dell’orrore, un racconto popolare fantastico, onirico e grottesco, che emoziona ed intrattiene con la sua ironia dolceamara, tra alti e bassi, dalla prima all’ultima pagina.
Tutto era uguale. Tutto aveva la medesima, minaccevole parvenza. Egli s’arrestò per un attimo. Nel mezzo, ancora immota giaceva la bara della mostruosa strega. «Dio m’assista, non ho paura, non ho paura!» disse e, tracciato il consueto cerchio attorno a sé, cominciò a rammentare tutti i suoi scongiuri. Il silenzio era atroce; le candele tremolavano e spandevano la luce loro nella chiesa intera.
E le splendide illustrazioni che corredano la versione in lingua originale dell’opera, inclusa nella seconda metà del libro, sono semplicemente una meraviglia.
Se non l’avete ancora fatto, compratelo a scatola chiusa e magari, già che ci siete, guardatevi uno degli splendidi film ad esso ispirati: in primis quel capolavoro che è La Maschera del Demonio (1960) di Mario Bava, ma anche il più recente Viy – La maschera del demonio (2014), distribuito qualche anno fa in un’edizione pregiata dalla Midnight Factory, si lascia guardare che è un piacere ed è, a mio parere, l’adattamento cinematografico più fedele basato sul classico di Gogol.

In definitiva, un classico dell’orrore intramontabile, in tutte le sue versioni, che non posso esimermi dal consigliare a tutti gli appassionati.